Dalai Lama e Lama Denys

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Presentazione Sangha Rime


INCONTRI SETTIMANALI

Piazza Attilio Omodei Zorini, 54 – Roma

Tutti i giovedì dalle ore 19:00 alle 21:00


APPUNTAMENTI con Lama Tarchin



5 - 6 ottobre 2013
Sangha Loka Roma: Introduzione ai Nove Temi
 
23 - 30 novembre 2013
Ritiro di meditazione samatha-vipasyana


SEMINARIO Lama Denys Rinpoce

28 ottobre – 3 novembre 2013
Karma Ling: Seminario Cenresi.

5 – 12 aprile 2014
Italia: Mindfullness



Ubi - Unione Buddhista Italiana

La meditazione Shamatha Vipasyana

Shamatha in sanscrito, shinè in tibetano significa letteralmente "dimorare tranquillo", lasciare la propria mente a riposo, lasciando tranquille le emozioni e i pensieri che la agitano e la perturbano. L'agitazione della mente è all'origine delle nostre illusioni e condizionamenti dolorosi, ed è necessario apprendere a lasciarla depositare. Vipasyana in sanscrito, lhagtong in tibetano , è la visione profonda che conduce la mente a riconoscere la propria natura, a vedere chiaramente il suo stato fondamentale. Quando la mente arriva ad uno stato di riposo completo, la sua natura profonda si può rivelare. Questa pratica si approfondisce attraverso la relazione personale con una guida competente.

Karma Ling

La meditazione è spesso compresa in modo sbagliato come:
Uno stato di coscienza modificato,
concentrazione,
fuga dalla realtà,
uno stato dei pensieri,
un ripiego su se stessi.



Meditazione è principalmente e soprattutto:

Una pratica destinata a sviluppare le qualità di:

Presenza
Attenzione
Apertura
Chiarezza
Sensitività
La pratica quotidiana e continuativa di questi 5 precendenti requisiti




"Comprendere nell’esperienza" Di Lama Denys Rinpoce

Vajracarya Lama Denys Tendrup<< L’attenzione è una qualità di presenza, di consapevolezza del presente:

si è attenti, consapevoli, presenti…

L’attenzione, tuttavia, non ha nulla a che vedere con un atteggiamento contratto.

L’attenzione della quale parliamo non è una concentrazione. La concentrazione è uno stato di tensione, dove ci si concentra, si focalizza, si entra in uno stato che, se si solidifica, ha tendenza a diventare una chiusura claustrofobica e a dare mal di testa.

L’attenzione è la qualità di lucidità naturale. L’attenzione è la presenza nel vissuto quotidiano della qualità di lucidità.


La lucidità, che è anche consapevolezza, è naturale, non è perciò qualcosa che sia necessario produrre o costruire; essa è l’attenzione; la lucidità è la qualità naturale di consapevolezza che noi siamo, che è là quando non viene turbata od ostacolata.

La domanda è perciò: «Ma cos’è che ostacola, che impedisce all’attenzione consapevole di essere il nostro stato naturale?» Sono, in senso lato, le «distrazioni». La distrazione è quello che ci distrae, quello che ci porta dentro le concezioni ed in ogni sorta di divagazioni mentali e concettuali, quello che ci conduce fuori del presente. Il presente è naturalmente là, mentre l’agitazione mentale ci attira verso mondi mentali e ci fa abbandonare la realtà del presente, la presenza dell’istante. Si divaga, ci si perde nelle proprie elaborazioni mentali. L’attenzione è l’esperienza naturale dell’istante presente. Questa qualità si rivela, si scopre imparando a non farsi possedere dalla propria agitazione mentale, dalle proprie elaborazioni concettuali e, liberi da esse, a non perdersi continuamente in ogni sorta di mondi concettuali, mentali, fantastici.

Questa qualità d’attenzione, che è la lucidità naturale, si sviluppa anche nell’apertura in un atteggiamento di rilassamento, quando si risolvono le tensioni e le fissazioni mentali. E’ in questo senso che io suggerisco spesso di intendere il termine attenzione come «a-tensione»: assenza di tensione. L’attenzione è la qualità della lucidità naturale libera da tensioni e da fissazioni.



- L’ATTENZIONE E' RESTARE TRANQUILLI

Sviluppare quest’attenzione è il fine della pratica di samatha vipasyana, semplicemente.

Samatha è una parola sanscrita, scinè in tibetano, che significa restare tranquillo. Noterete ancora che non c’è l’idea di concentrazione ma di restare tranquilli. Per restare tranquilli è sufficiente non agitarsi. E’ vero che detto così può sembrare può sembrare un po' sciocco, ma è curioso come ci si agiti spesso molto per rimanere tranquilli. L’agitazione, che a volte diventa forsennata nel tentativo di restare tranquilli, ottiene l’opposto del fine ricercato. E’ così che se si cerca in modo volontaristico, autoritario di ammaestrare la propria mente. Buona fortuna...

Il padrone ed il sottoposto, il padrone e colui che si vorrebbe ridurre in schiavitù non sono diversi. Con la sua autorità, con i suoi "dictat” il padrone nutre la rivoluzione, nutre l’agitazione. Samatha è imparare a restare tranquilli. Restare tranquilli è la cosa più facile che ci sia, perché non c’è niente da fare, ma nello stesso tempo è qualcosa che si rivela molto difficile, perché noi siamo abitualmente molto agitati; la nostra mente si agita continuamente, noi siamo un’agitazione, esistiamo nella nostra agitazione. Questo implica che restare tranquilli significa minore sentimento di esistere. L’altro giorno vi parlavo della difficoltà che può esserci a restare tranquilli e del bisogno, a volte nevrotico o frenetico, di agitarsi. Mi agito, dunque sono. E’ proprio per questo che è difficile restare tranquilli. Restare tranquilli richiede all’io di sacrificare qualcosa di se stesso. Se ne può parlare in termini di sacrificio od in termini d’esperienza di bisogno. Naturalmente mi rifiuto e freno a gambe tese: difesa, resistenza. E’ là che si situa l’esperienza della noia della quale abbiamo già discusso.


- LA TECNICA DI SHAMATHA - VIPASYANA

Per imparare a rimanere tranquilli nella meditazione seduta, si procede a tappe e s’impara a fare meno, cioè ci si siede, ci si dà un supporto d’attenzione e s’impara a rimanere tranquilli nell’esperienza del supporto nel quale si pone l’attenzione. Ci sono molte possibilità, ma l’importante non è tanto il supporto quanto la presenza tranquilla: restare tranquilli nell’esperienza di esso. Ci sono tuttavia dei supporti che hanno particolari qualità. Noi utilizziamo un supporto senza forma che è la respirazione. L’attenzione alla respirazione ed in particolare all’espirazione, pone l’attenzione unicamente nell’esperienza del respiro: soltanto l’espirazione... ci si lascia essere completamente presenti all’espirazione. Ci si abbandona al respiro nel rilasciamento, la dissoluzione e l’apertura, eseguendo l’esercizio come una sequenza di piccoli punti: momenti di attenzione, momenti di pausa, attenzione all’espirazione e pausa aperta fra le espirazioni, cioè durante l’inspirazione. Tutto questo è restare tranquilli, samatha. Quando c’è questo riposo tranquillo, con l’attenzione e la lucidità che naturalmente vi dimorano, si vede chiaro. C’è la lucidità dell’attenzione che è una qualità di visione chiara. Questa visione chiara è quella che chiamiamo vipasyana - lhagtong in tibetano - che letteralmente significa vedere chiaramente. E’ la visione di una chiarezza lucida, la comprensione della natura dell’esperienza, della situazione, dell’ambiente; essa ha una qualità di discernimento, di intelligenza. E’ così che vipasyana, questa visione chiara, è un risultato naturale della pratica di samatha: quando c’è riposo tranquillo, nella tranquillità, la lucidità porta naturalmente ad una visione chiara, un’esperienza chiara e lucida.



Meditazione- LA MEDITAZIONE COME ESPERIENZA GIUSTA


Nella meditazione seduta s’impara a scoprire quest’esperienza, ma quest’esperienza non è da confinare su di un cuscino. La pratica di meditazione seduta non ha senso che nella prospettiva dell’integrazione nella vita quotidiana dell’esperienza scoperta; è la meditazione in azione. L’uso del termine meditazione è d’altra parte criticabile. In francese (anche in italiano, NDT) quando si dice meditare si pensa al meditare su quello che si farà, meditare questo, un testo, un poema, un salmo o fare una meditazione di Descartes, ma quello che si intende nel Dharma con meditazione, non ha nulla a che vedere con tutto questo.


Per meditazione si intende: imparare l’esperienza giusta, imparare l’esperienza di apertura e di lucidità, imparare la presenza, l’attenzione, la consapevolezza.

Certe volte si dice che la meditazione essenziale è non-meditazione, nel senso che la meditazione essenziale è la presenza di apertura lucida nella quale non c’è niente da meditare, da produrre, da fare mentalmente, concettualmente. Lo stato di non-meditazione, di non-attività, di non-agire mentale è la meditazione.Ma non complichiamo. Manterremo il termine meditazione perché è impresso nell’uso corrente, ma ricordando che meditazione significa esperienza giusta. E’ importante insistere bene su questa nozione perché permette di tagliar corto su tutte le aberrazioni che a volte circolano intorno alla meditazione e che consistono nel vederla come una sorta di esercizio esotico od esoterico nel quale ci si allontanerebbe dalla realtà entrando in stati di coscienza... Sono quelli che si chiamerebbero piuttosto stati di trance: c’è una sorta di sovracondizionamento che fa sì che si finisca per vivere in uno stato artificiale, in modo tale da perdere addirittura il contatto con l’ambiente: si è altrove. Meditazione è perciò vivere l’esperienza giusta nel presente, la presenza giusta che è l’attenzione giusta, la consapevolezza giusta. Quando si è ben capito questo, si vede che il confine tra meditazione seduta e meditazione in azione, o tra esperienza seduta ed esperienza della vita quotidiana, diventa molto più attenuato.>>